Che ci faccio io qui?

Praticamente una presentazione di me medesimo. Siccome sono un copywriter, in questo blog, vi di racconto un po’ di storie intorno al mondo della creatività pubblicitaria: dagli spot-tv, al naming, dal web writing all’ Advertising, dai materiali P.O.P alla Storia della Pubblicità.  Ho riunito sotto i diversi argomenti i contenuti di molte lezioni e di esperienze personali. Nella Home ci sono le case history, cioè le storie di casi veri reali di avventure e disavventure pubblicitarie. Dal momento che di pubblicitari che parlano di sé stessi è già pieno il mondo, in particolare di quelli capaci di magie in grado di trasformare tutto in oro, mi sembra giusto dare visibilità a tutto quello che di solito non trova spazio.  

Di cosa parlo? Date una sbirciatina in giro e lo capite al volo .  DSCN0092

Ho iniziato a scrivere sceneggiature e soggetti per spot tv  quando sono entrato in LEADER, la più grande agenzia pubblicitaria fuori di Milano. Mi ero appena autoproclamato copywriter. Esperienze precedenti? Praticamente zero. Solo alcune visite sui luoghi del ‘delitto’, ovvero incursioni per curiosare dentro il mondo della pubblicità. In quegli anni fine ’70 mi aiutò la complicità del mio amico  Fabrizio (Bob) Granata, al tempo Art Director di J&R. Grazie a lui, ho potuto vedere dall’interno il funzionamento delle Agenzie.

E’ stato amore a prima vista, per quel lavoro, per quell’ambiente, per quel mondo, per quelle persone ( o meglio personaggi). Poteva essere diversamente? Visto che si era nel pieno dell’età dell’oro? A quel tempo la curiosità per quel lavoro, una buona laurea e un po’ di intraprendenza potevano bastare, era il 1982. Ero fresco di laurea in lettere, ma stropicciato da un anno sabbatico speso a studiare arabo fra il magreb e il golfo persico: avevo 25 anni. All’inizio parlare di ‘sceneggiature’ nel caso mio fu davvero un parolone. Per fortuna si era all’ inizio degli anni ’80, proprio all’alba del fenomeno italiano delle televisioni commerciali. Dopo anni di monopolio RAI, improvvisamente si avviò questa saga molto western, di corsa verso gli spazi tv. Fu allora che iniziò l’avventura del commendator Silvio Berlusconi che fra 81-82-83-84 rastrellò, con tutti i mezzi, le emittenti concorrenti dando vita a MEDIASET e PUBLITALIA. Io mi trovai, inconsapevolmente, in mezzo ad un fiume di spot di proporzioni bibliche: nel 1981 in onda 260.000 spot, che quattro anni dopo, nel 1985, sarebbero diventati 556.000! Veniva giù di tutto dai tubi catodici, come fiume in piena. Clip musicali, spot nostrali, spot americani, spot osceni e bellissimi, televendite, zazzumaglia di ogni genere e ordine. Ogni angolo della giornata, anche quelli più dimenticati e sfigati, furono riempiti di pubblicità televisiva. Per non parlare di Italia 1, che apparve ai giovani dopo anni di sonnacchiosi pomeriggi RAI, sospesi da educazione e frustrazione. Fra serie cartoon nuove di zecca, siglette, jingle, animazioni si intrufolarono nella mente dei teen ager diverse centinaia, se non migliaia di spot di giocattoli nuovi di pacco. Tutta roba cinese, importata, con nomi avventurosamente tradotti e marchiata Gig o Giochi Preziosi. E io dov’ero? Là in mezzo. L’Agenzia che mi aveva assunto aveva appena sottoscritto un contratto con Gig ovvero ( Grossisti Italiani Giocattoli).

Più in generale, una visione d’insieme Così, tanto per avere un’idea all’ ingrosso del mercato di cui sto parlando. A metà del primo decennio del 2000 [ 2005-2006], in Italia, sulle reti RAI e Mediaset, La7, MTV e All Music sono andati in onda, ogni anno, oltre un milione  mezzo di spot pubblicitari. Totale 31 milioni di secondi. Equivalenti a circa 360 giorni, più o meno un anno. Se li avessero messi in onda, uno di seguito all’altro, su una sola emittente, avrebbero occupato 24 ore su 24, per tutto l’anno. Questo, più o meno, è quanto sappiamo della parte finale, cioè la messa in onda, la trasmissione. Ma l’ideazione? E la produzione? Chi li ha fatti tutti questi spot? Ogni anno, per tutti questi anni? In Italia, negli anni a cui si riferiscono questi dati [ 2005-2006], si contavano circa 50 case di produzione che realizzavano circa 1.000 campagne tv, per un prezzo medio di 250.000 euro. Case di produzione, con nomi, che pochi -se non addetti ai lavori- conoscono e che sono collocate principalmente a Milano ( il motivo è dato dal fatto che le principali emittenti hanno sede lì), ma anche a Roma (vista la vicinanza alle strutture produttive di Cinecittà), Bologna e Firenze. [ FONTE: MAKING OF dello SPOT Tv]

Ancora prima di essere degli spot, queste migliaia di cose sono state delle idee. E chi le ha pensate? Da dove vengono? Dai creativi, dai copy e dagli art, da free lance e perché no, direttamente da qualche cliente. Per avere un orizzonte più o meno definito di ciò che si muove intorno a che lavora all’ ideazione di spot-tv proviamo a dare dei riferimenti. C’è un cliente, che per gli addetti ai lavori si chiama advertiser. Ha da vendere dei prodotti o dei servizi, o semplicemente far sapere che esiste, usa un piano di marketing per analizzare le varie componenti del mercato: consumatori acquisiti, potenziali, concorrenza, opportunità, posizionamento, prezzo nell’ambito di una strategia di comunicazione. Normalmente usa una agenzia di pubblicità, e ve ne sono di tutti i tipi e di tutte le dimensioni, che dispone ( o dovrebbe disporre) anche in forma minima di 1 account ( gestione, marketing e comunicazione) e di 2 creativi ( art & copy: ideazione e progettazione). Ci  sono anche i free lance, cioè niente agenzia. Ci sta pure di collaborare direttamente con una casa di produzione che appalta la parte ideativa e costruttiva dei film. Il punto di partenza, sia esso scritto o raccontato a voce è il brief. Perché,  e questo è bene chiarirlo, non stiamo facendo Arte, cioè non usiamo i mezzi espressivi della tv per raccontare storie fini a se stesse, belle e struggenti quanto si vuole, stiamo lavorando per raccontare una Storia per vendere un prodotto. Il Brief, più chiaro è meglio è. Perché se proviamo a metterci al lavoro con un senso di incompiutezza difficilmente la mente riuscirà a mettersi in moto. Quindi fare tutte le domande necessarie a capire bene il problema di comunicazione. E’ come insegnare al cane a riportare la pallina, lui – il cane- deve vedere e annusare la pallina, per poi riportarla … solo facendo così, circoscrivendo e identificando il problema (migliorerai con l’allenamento) il cervello si abituerà a lavorare nelle ricerca della soluzione. Che ci si trovi seduti su una bella scrivania che guarda su Madison Avenue, o una bella strada di Milano o in una modesta sala riunioni di un cliente qualsiasi, di una cosa si può stare sicuri. Ci sarà un momento in cui, i taccuini si chiudono, i lap-top rientrano nelle custodie e qualcuno posandoci lo sguardo addosso ci domanda: qual’è l’ idea?

Cominciamo intanto a fare un consistente flash back. <<

): ah! io sono quello nella fila di mezzo, all’estrema dx sul lato opposto del maestro e quello sopra di me, sempre ultimo a dx, è il Carota, l’amicissimo. Spesso ci capitava di lavare insieme la macchina del maestro – cosa che oggi farebbe inorridire – e che invece al tempo era un super-premio! he-he-he …

il copy di campagna con il grembiulino: era il tempo dei pensierini

il copy di campagna con il grembiulino: era il tempo dei pensierini

… la cosa che mi viene in mente guardando questa foto, scattata alla scuola elementare Boccaccio di Firenze? Beh! – angolino gossip- ad esempio sembra che il maestro fosse un latin lover e che avesse fatto strage di cuori fra le mamme …05                                       Ho sempre avuto una predilezione per le cattive compagnie. Vuoi mettere come può essere divertente uscire con un autentico ragazzaccio … il tipo con la pistola mi sa che è mio cugino.

fra le pochissime foto che ho di lui da giovane, in marina.

fra le pochissime foto che ho di lui da giovane, in marina.

Più passa il tempo e più ho la sensazione che quest’uomo così importante nella mia vita e nel mio carattere mi abbia lasciato troppo presto e senza dirmi quasi nulla di se stesso. Era mio padre.

 

 

 

 

 

04

): ho passato un sacco di tempo della mia giovinezza fra preti, frati e fratacchioni, facendo il cherichetto e tirando calci al pallone nei campetti spelacchiati dietro la chiesa.

… qui sto celebrando la comunione o era la cresima? Faccio un pò di confusione.

 

 

 

 

avrei dovuto portare il nome di un calciatore della Fiorentina, aveva da poco vinto il 1° scudetto, avrei dovuto chiamarmi junigno ...

avrei dovuto portare il nome di un calciatore della Fiorentina, che aveva da poco vinto il 1° scudetto, avrei dovuto chiamarmi junigno …

Ero da poco sbucato al mondo, alla periferia di Firenze, zona Cure. Carosello trasmetteva da pochi mesi, la data ufficiale di inizio è febbraio 1957. Oltre al latte della poppa mi hanno svezzato con la sigla di Carosello. Qui la mamma mi tiene orgogliosamente in braccio, figlio unico di un operaio metalmeccanico ed una sartina.

 

1968 Nel ’68 avevo 11 anni e andavo alle medie. Tutte le mattine prendevo il bus in zona Piazza Dalmazia e attraversavo la città: Stazione, Duomo, via Martelli, via Cavour, via Lamarmora, viale Don Minzoni … dove stavano licei scientifici, classici, artistici che ribollivano di ribellione. L’autobus passava faticosamente in mezzo a questa folla di studenti più grandi che stavano facendo un casino bellissimo, io me ne stavo incollato al finestrino come se fosse un film. Colori, rumori, sciarpe, capelli, slogan, cartelli, fischi … Uno spettacolo stupendo se confrontato all’ordinario quotidiano. Una mattina di primavera anche nella nostra scuolina  arrivò all’improvviso una ventata di ’68. Chissà prendendo spunto da cosa un gruppetto di ragazzetti si era inventato uno sciopero. Si dettero alla fuga urlando ‘sciopero’ e si andarono a nascondere dietro agli alberi dei giardinetti davanti. Fu una cosa fantastica vedere i custodi e prof  cercarli e ricorrerli come in un enorme nascondino-acchiappino. Questo fu il mio ’68 da junior.

capello tagliato con la scodella e il vestito della festa

capello tagliato con la scodella e il vestito della festa.

 

 

 

 

 

 

 

 

Dovevo essere in prima liceo, penso. Massimo in seconda. Era l’ora di pranzo, subito dopo. Primavera forse. Pesco con sicurezza dalla tasca da lavoro del babbo la chiave della Lancia posteggiata davanti alla finestra del salotto. Sguscio fuori. Entro in macchina e infilo la chiave seguendo i gesti dei tanti amichetti che in quegli anni posteggiano la macchina del babbo o della mamma. L’ho visto fare e penso di saperlo fare. Wrum-wrum un paio di sgasate per ascoltare il motore che romba nel cofano, frizione, marcia. Semplice no? Tac! Qualcosa di orribile scatta nel mio cervellino. Invece di fare quello, faccio quell’altro, invece di levare, metto. La macchina vola a tutta velocità, oltre la siepe, oltre il marciapiede contro il muro a bozze dei vicini. Esco faticosamente, ma illeso, dalla macchina. Esco illeso da una scarica di botte che mi immagino ma che non arriva. La macchina rimane a lungo ferma in giardino sotto un pietoso telo. Mio padre riprende la bicicletta che per anni lo aveva portato all’alba a fare il tornitore in fabbrica. Mi rinchiudo in casa, comincio a studiare quello che per pigrizia e inedia evitavo da sempre. In molti scioperi faccio il crumiro ed entro. Chissà se sarei stato meglio sotto una scarica di botte. Sapermi così idiota mi tramortisce a lungo. Riesco però a superare lo scoglio del biennio al Liceo Leonardo Da Vinci.

era stata a lungo l'unico mezzo di famiglia, la feci tornare improvvisamente attuale

era stata a lungo l’unico mezzo di famiglia, la feci tornare improvvisamente attuale

 

Quindi la mattina quando la polizia entrò prima a scuola e poi classe per classe, io ero seduto nel primo banco e la Bartolini era seduta alla cattedra. In classe eravamo pochi. Fuori si rincorrevano passi e urla in un crescendo pazzesco, poi la porta si aprì ed entrò un poliziotto. Era calmo, gentile. Voleva sapere i nomi di chi era assente. Alla Profe. che tutto era fuorchè una rivoluzionaria gli vidi fare un gesto bellissimo. Si alzò, chiuse il registro, se lo mise sottobraccio e disse: “ NO. Non le dirò chi è assente”.

E poi può succedere che giovedì 12 giugno 2014, la sera tardi lungo l’Arno e non lontano da un maxi-schermo che rimanda le immagini di Brasile-Croazia [che al momento stanno pareggiando 1-1 ( ma che finirà 3 a 1, grazia anche ad un rigore generosissimo)] io mi trovi in mezzo a tanti amici venuti a salutare Gianni rientrato da Bariloche, in Patagonia, dove vive, per salutare chi c’è. Mi viene incontro un tipo sui trentacinque, sorridente. “ Sei Giuliano?” Si, “Sei Giuliano Doccioli” Sì, sono io. Scusami tanto ma io non ti riconosco. Mi dice ho lavorato con tuo padre tanti anni fa. Sai era un uomo bravissimo. Ci ha lasciato la sua metà della Ditta, così senza volere nulla. Veniva tutti i giorni per aiutarci, sistemava i pezzi sui torni, ci diceva come lavorare. Era bravo, spiegava. Un tipo in gamba. Qualche volta ti avevo visto all’officina. Gli dico ma sai, ci venivo poco, quando da ragazzo ho avuto un periodo difficile a scuola, e con mio padre: fra le tante cazzate dissi, anche che, forse, era meglio se smettevo di studiare e andavo a lavorare all’officina. Mio padre non mi fece nemmeno finire quella serie di fregnacce che dovevano coprire i miei modesti risultati scolastici. Mi disse: ho lavorato io anche per te. Devi studiare e basta. E così chiuse il capitolo per sempre.

Adesso mi domanda se mio padre visto com’era così tutto d’un pezzo avesse fatto la carriera militare … no macchè carriera militare, si è sciroppato 7 anni e passa di militare, prima la leva in marina e poi la guerra, tutto d’un fiato e senza mai tornare a casa … dai 17 ai 24 … però lo avrei detto,  mi ero immaginato che potesse essere stato ufficiale, era così preciso, attento. Poi aggiunge, tuo padre era davvero una grande persona. Sono passati tantissimi anni da quel novembre dell’88 quando l’ho visto per l’ultima volta nel lettino dell’ospedale. Eppure mi si sono riempiti gli occhi di lacrime.

Mi sono ubriacato d’acqua. Ore, pomeriggi, settimane intere feste incluse, estati passate d’un fiato a giocare, nuotare, fare corsi, fare il bagnino … cose che lentamente ma inesorabilmente mi asciugano il corpo. Ero entrato in acqua tredicenne, tardissimo rispetto alla media, goffo e bello cicciotto con due poppine che mi imbarazzavano non poco. Verso i diciassette/diciotto ero levigato come un sasso. Ma non era solo il corpo che cambiava, mi stava cambiando anche la testa. Mi appariva evidente che dovevo migliorare a piccoli passi, che dovevo darmi un metodo, che avrei potuto se avessi voluto. Smisi di essere introverso, silenzioso e periferico, ora cercavo la scena. Se andava storto qualcosa, se non riuscivo a stare dove avrei voluto una violenza ottusa si impadroniva di me: diventavo prepotente, arrogante, indisponente  cioè una vera testa di cazzo. L’acqua tranquillizzava  il mio corpo e mi offriva armonia ma contemporaneamente elettrizzava il mio cervello.

D’altra parte la pallanuoto è uno sport che se sei lento e grassoccio ti permette di essere una sola cosa: cattivo. Se sei leggero, devi essere svelto. E’ come in natura, né più e né meno. Quando ero bello pinzo non mi riusciva di essere terribilmente cattivo ( almeno non quanto era richiesto dagli standard di questo sport crudele). Mi trovai decisamente meglio nei panni dello smilzo. Ero un metro e novanta e pesavo solo 73 chili: in certi momenti mi sembrava di volare sull’acqua.

Fu allora che per la prima volta sentii posarsi addosso lo sguardo lieve delle ragazze. Il mio già precario equilibrio ormonale venne travolto. Mi imbarcai in cazzate una più grossa dell’altra. Non mi facevo mancare nulla di tutto quello che era proibito. Come dice Oscar Wilde le cose che piacciono o fanno male o non si possono fare… Sì certo, ma come fai a resistere se qualcuno a tua insaputa ti ha nascosto la kriptonite nelle mutande?

Un miracolo, tutti i pianeti si allineano inaspettatamente. Contro ogni previsione tutti i professori, da quelli che detengono corsi cazzuti tipo fisica o matematica, italiano e latino, per finire a quelli più scaci tipo ginnastica … per cause diverse ed imperscrutabili ci garantiscono a tutti la sufficienza. Alcuni lo fanno in preda ad una strana euforia pedagogica, altri per appannamento senile, altri ancora perché colpiti da esaurimento fulminante. Che ci crediate o no chi era in terza liceo sezione H leonardo-da-vinci era come se fosse salito su uno skilift. Tutti promossi a giugno, nessun rimandato, terza-quarta-quinta-maturità vavavuma!. Compiti, lodi, premi e voti scelti democraticamente per acclamazione. Ancora oggi si stenta a credere ad una così grande botta di culo e a quello strano esperimento che si realizzò in quei tre anni.

chi è stato quegli anni al liceo con me è stato in un posto straordinario

chi è stato quegli anni al liceo con me è stato in un posto straordinario

 

Avrò avuto quattro o cinque anni quando Paolino pensò bene di raccontarmi che una di quelle notti il diavolo si sarebbe accucciato in fondo al mio letto, e mentre dormivo, mi avrebbe preso per i piedi e portato silenziosamente nel regno dei morti. Così nel sonno sarei trapassato senza avere la possibilità di dire niente a nessuno. Anche in pieno sole e circondato dagli amici, questa storia mi sembrò notevolmente terrificante. Ma il peggio doveva ancora venire. La notte stessa e un numero consistente di notti a seguire fui preso da un crescente stato di angoscia. Ormai morte, diavolo, inferno e altre paure si allargavano a cerchi concentrici formando una giostra infernale in cui ci finiva dentro di tutto. Andò avanti per un bel pezzo, con fughe notturne nel lettone, pianti, strepiti, gemiti di terrore, ma ad un certo punto neppure questo bastava a calmarmi. Vedevo e sentivo divampare angosce irrefrenabili anche avvinghiato alla mamma.

il diavolo mi porta silenziosamente nel regno dei morti

il diavolo mi porta silenziosamente nel regno dei morti

Sicuramente dovevo aver passato il limite già da un pezzo quando una notte mio padre decise di darmi una bella e consistente ripassata. Fu come un colpo di frusta: la paura si dissolse, le angosce svanirono e ritornai a sognare i miei sogni di bambino.

Ero in campagna, una domenica mattina di inizio estate subito dopo la fine della scuola. Erano passati un bel po’ di anni da quando ero rimasto traumatizzato dalla storia del diavolo che mi portava nel regno dei morti. Doveva essere l’estate della quinta elementare. Nella casa di campagna del Carota o del Pieri. I miei erano lontani, a casa, e la compagnia di amici e dei loro genitori avrebbe dovuto tranquillizzarmi. In effetti ero entrato in chiesa bello spensierato, però vidi subito alla parete della Chiesa un quadro, di cui non ricordo assolutamente il soggetto, che mi catturò. La visione di quell’immagine  iniziò a frugare silenziosamente nei miei ricordi. Morte, angoscia, paura, ‘il niente più’ si affacciarono di nuovo prepotenti alla mia mente. L’escalation fu repentina e violenta. Mi ritrovai serrato dentro cerchi di angoscia sempre più stretti. Non ce la facevo a resistere. Anche il respiro mi si era rotto. Corsi velocemente fuori dalla Chiesa in piena funzione. Al sole sul piazzale, con la campagna intorno, i fiori, gli alberi e le ombre nette riuscii a riprendere fiato.

Ero al Liceo. Una notte, in piena notte, mi sveglio in piedi con la mano poggiata sulla maniglia della finestra aperta. Sono in mutande e tshirt, mentre l’aria freddissima che filtra attraverso l’avvolgibile mi corre addosso. Ho la gola in fiamme per le urla. Realizzo che una parte di me, mentre l’altra dormiva profondamente, stava urlando da un pezzo con tutta la voce che aveva in gola. Brandelli sconclusionati di sogno si affacciano pigri e incerti alla mia mente. Ancora incubi. Mi viene da ridere. E’ solo un sogno. E soprattutto nessuno saprà mai chi ha svegliato il condominio nel cuore della notte urlando come un pazzo. Mi rinfilo nel letto tranquillo e beato. Libero dal sogno. Intorno a me un crescendo di domande e interrogativi dai piani alti e dai vicini di casa … chi era?che è successo?un agguato? …  He-he-he… ronf-ronf-ronf ..

che storia!

che storia!

 

Per la vicenda della cacciata di Don Gregorelli e dell’epopea che coinvolse e sconvolse  prima la mia classe  V°H, poi IV° e le III°, in un crescendo di protesta e clamore forse ci vorrebbe un volume a parte ma in sintesi estrema eccola. Almeno io me la ricordo così … C’è questo prete, un po’ sudaticcio e untuosetto, molto untuosetto. Ci fa religione ma soprattutto fa tornei di calcio, organizza gite, mette su gare e garette, si agita tantissimo e non si fa mai mancare battutine sul sesso … Comunque in questa area che oggi diremmo Team Building/ Motivatore/ Mentalist diciamo che ci sapeva fare parecchio.

gregorelli

Qui siamo in gita al Gran Sasso, siamo in I° e indovinate chi ha organizzato tutto? Chi ci guida? Ok, avete capito. (…) Quando, quell’anno, la polizia entra a scuola e chiede nomi e cognomi di professori, bidelli e studenti che a vario titolo sono fuori dal loro posto istituzionale viene fuori che la manina che passa i fogli alla polizia sia la sua ( U’ Parrinu! Maronna santa!). Se non erro sono più di 120 denunciati. E’ stato Lui davvero? Boh! Io non lo so. So però che una mattina, poco dopo, quasi tutta la scuola andò fuori dall’aula dove stava facendo lezione, lo prelevò, e scortato da urla, insulti ( difeso a stento dal preside) e accompagnato da una scia di sputi ( al tempo: burrini), Don Gregorelli fu infilato nella sua auto e invitato a non farsi più vedere da quelle parti.

Se fossimo al cinema, a questo punto ci sarebbe un salto avanti nel tempo: sullo schermo la scritta Quattro anni dopo … in effetti Don Gregorelli scomparve dai radar per 4 anni e riapparve, tipo meteora, sotto nuove vesti ( figurativo: era sempre in tonaca….) in V° liceo. Colpo di scena! Adesso non è più il prof. di religione che avremmo anche potuto far diventare facoltativa, ma era il Prof. di Storia e Filosofia! E in più guarda-un-po’ c’è l’esame di maturità. In classe si contano diversi denunciati fra gli studenti e anche fra i professori, suoi colleghi; sempre per quell’irruzione della polizia di 4 anni prima. Lo stupore di inizio scuola divenne rapidamente una febbre.

Il primo giorno di lezione di Filosofia, senza saper bene a cosa andavamo incontro, senza aver pianificato nulla, davanti alla porta,  dove ci attendeva la sua prima lezione, decidemmo all’unanimità ( o quasi) di non entrare. In effetti solo uno di noi e, solo in quella occasione, varcò quella soglia. E qui si fa fatica a metter per scritto il tempo di ogni ora, di tutte le sue lezioni, con lui che  entrava  e noi che si usciva. Che però lentamente ed in modo sottile rafforzava la nostra determinazione… ottobre … novembre … dicembre … gennaio …

Intorno  a noi le voci che crescono e si rincorrono. Prof.  che ci danno una mano nelle lezioni pomeridiane clandestine. Un misto di incertezza e consapevolezza che cresce ogni giorno, accompagnato dalla percezione di essere finiti dentro una vicenda vischiosa enormemente più grande di noi.

Inizialmente giriamo per la scuola come vagabondi, senza un posto dove andare, senza un posto dove stare. E’ un problema anche per la scuola. Nel frattempo il fuoco si  spande e adesso anche in IV°H e in III°H escono quando lui entra. Diventa un bel problema: gruppi nutriti di ragazzi e ragazze che non hanno nulla da temere girano per la scuola in branchi. Nessuno che sa cosa fare e come fermare questa cosa. Lui in classe ( qualcuno dice che abbia fatto lezione sempre e comunque, anche davanti alle classi completamente vuote) e noi fuori. La storia dilaga sui giornali locali, e poi su quelli nazionali sbuca nelle pagine dell’ESPRESSO. E’ un caso eccezionale. Intervengono dietro le quinte forze e personaggi più grandi degli attori in scena. Nel frattempo il tempo passa, l’esame di stato ormai è visibile in fondo. Cresce rabbia, disperazione, incapacità di trovare una soluzione.

E’ marzo, la scuola occupa per darci sostegno. Ormai è il caos, tutto è scappato fuori dal recinto. Dall’occupazione, ai cortei, dai cortei al sostegno di altre scuole… La faccenda si complica ogni giorno che passa. Assemblee infuocate che non riescono a bucare lo schema dei due opposti.

All’improvviso da non dove non ti aspetti arriva la soluzione. In Provveditorato con un escamotage hanno rivisto le graduatorie: Ops! I punti non sono quelli assegnati in graduatoria e la cattedra di Filosofia del Prof Gregorelli non è questa ma è quella! Magia! sortilegio!  E’ festa. Game over! Lui finisce in un altro liceo in città ( un classico) dove provano a duplicare la nostra protesta. Ci provano ma li rimettono subito in riga.

Da noi arriva fresco-fresco ma con una faccia che non lascia presagire niente di buono ( chissà cosa pensava di noi? ) il Prof Mercurio Candela. Con un programma degno di un marine ci mette giù una tabellina per portarci alla Maturità a petto in fuori. Gasp! … il giorno prima eravamo eroi e adesso siamo delle pippe che non sanno una cippa  … Così è se vi pare …

 

Questo Mostro chiamato Maturità mi sputa fuori con 43 e un calcio in culo. Esco dalla scuola ignorante come una capra ferrata. L’unica cosa che ho migliorato in quei cinque anni sconclusionati è il tiro a rientrare, meglio se con i camperos. Tipo foglia morta per capirsi: frutto di estenuanti sessioni di calcetto durante le ore scolastiche. Per qualsiasi materia curricolare insegnata in quel nobile liceo sono una catastrofe, calcio incluso.

pallamano team sezione H: ho passato molto più tempo su questo campo che in aula

pallamano team sezione H: ho passato molto più tempo su questo campo che in aula

L’altra cosa che ho coltivato in modo continuativo è la lettura, a zig zag fra avanguardie e contemporanei da Proust a Ginsberg, da Dostoiewski a Tex Willer, da  Keruac al retro copertina dei Led Zeppelin da Andrea Pazienza e Tolstoj, da Flaubert  e Diabolik. Letture disordinate e sconclusionate che hanno come punto di origine un libro letto alle medie che mi ha segnato per la vita, Se questo è un uomo, di Primo Levi.

Al momento di iscrivermi all’università ho uno sciame in testa. Pochissime certezze e tanta confusione. Mi accodo a due amici che si iscrivono a Medicina. Mi sento spaesato fino dall’iscrizione. Non mi ci raccapezzo, Luca e Fabio vanno avanti e io mollo. E’ Natale. Nell’incertezza sovrana mi iscrivo a Lettere. E’ il ’77: siamo nel pieno del caos del movimento studentesco e delle esplosioni brigatiste.

in giro ci sono anche diversi indiani metropolitani

in giro ci sono anche diversi indiani metropolitani

Le Facoltà ( Lettere e poi anche altre) vengono occupate ai primi dell’anno. Vivo in questa atmosfera ‘sospesa’ in cui sono iscritto a qualcosa che però non c’è. Non posso frequentare né lezioni né sapere come si svolgono. Per fortuna sbatto contro Beppe, un super studente stagionato, in seguito ne diventerò amico e mi aiuterà non poco nel dipanare questa matassa. Il Prof Piero Bigongiari, che ha la cattedra di Letteratura Moderna e Contemporanea, vede nel mio caos persistente la necessità di un aiuto: è giugno, sono seduto davanti a lui e alla sua assistente, è il mio primo esame. Mi vede annaspare, mi tira sulla barca, mi consola, mi salva. La mia avventura all’università comincia da lui. Un grandissima persona (lui). Smack!

Ingrano. Gli esami adesso girano. Buoni voti. Il libretto si va riempiendo. Scelgo di laurearmi sulla base di una stupidissima idea di congiuntura politica, supponendo che un professore schierato ideologicamente sulle certe posizioni sia un buon referente. Che idiozia! Si può essere più scemi? ( sto parlando di me, ovviamente).

Un salto nell’Orrore. Pomeriggio in aula a Lettere. Si va avanti da ore per decidere i gruppi a cui assegnare temi di lavoro da sviluppare come tesine. Argomento: Pasolini ed i suoi scritti editoriali, Belle Bandiere, Scritti Corsari … Siamo all’UNIVERSITA’ ma sembra di stare in una assemblea di condominio, dove quello che sta bene a tizio non va bene a caio, quello che vorrebbe lui lo vuole anche lei … il povero professore Giorgio Luti segue rassegnato questo vuoto rincorrersi di ipotesi senza senso, tutti alla vana ricerca di un argomento calzato a pennello su proprio profilo ( ma quando mai!!!). Tutto sembra concluso, e parte il fatto che, io che ho seguito tutto questo via-vai con un certo aplomb, mi ritrovo con un argomento pulcioso che avrei dovuto affrontare in solitaria ( gli altri in coppia). Brutta faccenda. Forse sono stanco perché ho fatto un trasloco la mattina ( si: nel frattempo mi ero dato a lavori adatti al mio profilo intellettuale & anche per raggranellare qualche picciolo) comunque non mi sento affatto a mio agio. Come capita ai timidi quando prendo la parola – dopo lunga compressione-  mi viene fuori un tono irruento, irrispettoso, stridulo e iperteso, che in un fiato esclama ‘ che quanto sta accadendo in termini di assegnazione … ‘NON MI STA BENE A MANO’. Questa frase, che deriva dalla mia infanzia sottoproletaria, mi era rimasta chissà quanti anni sottopelle e ora improvvisamente esce allo scoperto per coprire una mia lacuna argomentativa e linguistica. Se poteva esistere un momento peggiore ed una  frese più infelice non lo so … certo è che nell’aula piombò un attimo di silenzio…

( silenzio )

Giorgio Luti diviene in lampo verdeviolapeperonecetriolomelanzanacocomero e si alza in piedi tonando dal suo metro e un barattolo. FUORI! BASTA! FUORI TUTTI! ( dentro la sua testolina si vede chiaramente sfrecciare il mantra CHI-CAZZO-E’-QUESTA- TESTA –DI- MINCHIA- CHE-PARLA- COME – UNO- SCARICATORE ?!). Ovviamente mi trovai con il cerino in mano. Tutti quelli che avevano sospinto centimetro per centimetro la discussione oltre ogni limite mi guardavano come se avessi una merda sui capelli. Che schifo! Io, bel-bello, ero arrivato al momento clou per far esplodere la bomba. BOOM!

Panico, stress, come faccio, cosa faccio adesso? Tutti i sogni di gloria ( ma basati su cosa?), di addentrarsi ciecamente e balordamente dietro una di questa figure universitarie, che già migliaia di persi stavano pedinando da anni ,( già: per andare dove?) cancellate in un baleno ( davvero: meglio così). Mi snebbiai di brutto. Vidi crudamente la mia realtà e la necessità di non nutrire vani sogni appiccicosi: ero e sarei orgogliosamente rimasto figlio di un operaio e di una sartina. Se prima avevo viaggiato spedito nel mio piano di studi, adesso avevo proprio il fuoco al culo. Non so se è un record ma il giugno del 4° anno, cioè tre anni e mezzo dopo l’iscrizione (considerando che  il primo anno, causa cambio università, avevo potuto dare solo 2 esami- quindi in pratica 3 anni!) ero fuori con 110. Discutendo una tesi con il prof. Luti, proprio lui che mi aveva cacciato dall’aula!

E poi, come sempre, quella colossale figura di merda in cosa si era risolta? Nel più classico dei rovesciamenti, una volta che a quell’uomo ero apparso per quello che ero, mi salutava, mi cercava in mezzo alla folla di tanti rimasti anonimi. Non l’aveva detto anche Giulio Andreotti ‘ parlatene male, ma parlatene …’

Di notte volo, sogno di salire in verticale sopra le cime degli alberi mulinando le braccia come ali. Altre volte sono grandi balzi che mi fanno sorvolare il paesaggio. Come una piuma sopra distese verdi. A volte faccio una fatica boia per stare lassù anche se è bellissimo, altre volte invece è facilissimo. Di giorno mi muovo sempre più angosciato nelle strade vecchie e consumate intorno alla sede dell’Università. Vedo muri pieni di scritte ma non riesco a sognare qualcosa di bello a occhi aperti. Penso in continuazione a cosa mi aspetta. Non mi sento pronto a nulla.

il volto di Che Guevara graficizzato dalla foto di Korda

il volto di Che Guevara graficizzato dalla foto di Korda

Sono anni che mi immagino che da un momento all’altro possa trovare ad aspettarmi, seduto sulla mia Vespa 125, che ne so? Qualcuno come il Che Guevara, o Jimi Hendrix, o Tommie Smith o anche Robert De Niro, Andrea Pazienza o, magari, uno dei Guerrieri della Notte. Anche Roberto Benigni, forse, quello visto ruspante e sconosciuto sul palco del Festival dell’Unità a Sesto. Gente disposta a darmi una mano per sdipanare un pezzetto di futuro.  Adesso però, se ci penso bene, faccio fatica a immaginarli che vengono a trovarmi all’Università di Firenze per spiegarmi come fare. Un pomeriggio mentre faccio l’istruttore di nuoto a Empoli ( un’altra piccola risorsa) mi ritrovo con colleghi istruttori e bagnini in una pausa fra corso e corso. Alcuni sono adulti con famiglia, altri ragazzi e ragazze come me, si parla del più e del meno. E te che fai? Studi? Si, faccio Lettere, ho quasi finito! Lettere? E Poi? Già … e poi? Boh! Intanto faccio la tesi. Poi così, di brutto, mentre parlo mi sento la gola che si serra, il respiro che si fa veloce. Vedo tutto nero, il presente, l’adesso, il futuro prossimo, includendo velocemente tutto quello che mi aspetta. Piango. Così davanti a tutti lacrimoni mi scendono lungo le guance anche se provo a rimandarli indietro. Mi guardano allibiti. Che hai fatto? Stai male? No, non è niente. Niente. Ma qualcuno? In famiglia? Che succede? No, davvero. Nulla ora mi passa.

Chi glielo spiega che io non voglio fare corsi di nuoto a vita? Che io voglio fare altro. Voglio volare. Già. Ma dove posso fare il nido?

Esco a razzobaleno con una tesi su Giuseppe Bonaviri. Già. Proprio Giorgio che mi aveva cacciato fuori di classe ora tutte le volte che mi vede mi riconosce a chilometri di distanza. La mia storia di lumpenproletariat la conosce. Mi ha scusato, ha capito. Mi domanda, che tesi vuoi? Ormai non ho più nulla da perdere, niente da pretendere, sa esattamente chi sono, cosa ho dietro di me. Così gli spiattello, invece dei balbettamenti incerti di tanti colleghi la mia cruda verità: voglio una tesi su un autore vivente, voglio incontrare uno vivo e vegeto, voglio fare una tesi-intervista. Mi guarda incredulo. Poi ci pensa, raddrizza lo sguardo. Ci ripensa, numblenumble ( sta valutando).  Vedi? Mi fa indicando una scatola piena zeppa di libri. Ci sono tutti i volumi che l’autore e la casa editrice pazientemente mi inviano ogni pubblicazione, ma è talmente fuori schema che non ho mai avuto modo di farci fare una tesi. Giuseppe Bonaviri, sai chi è? No, mai sentito nominare. Bene. Leggiteli, prenditeli tutti, poi torna da me.

Incontro lo scrittore a Frosinone dove esercita la professione di medico di base, specializzato in cardiologia. E’ siciliano ma vive ormai da una vita in Ciocaria. Mentre visita i pazienti mi fa indossare il camice anche a me. La mia intervista si svolge mentre con lo stetoscopio ausculta i pazienti e le pazienti. Mi porta a mangiare a casa sua, conosco la moglie. In macchina, su una Fiat 124 tutta sgarrupata tiene piante secche e sassi di quando era bambino al suo paese, Mineo, in Sicilia. E’ un tipo divertente. Secco secco. Somiglia a Peppino De Filippo. Prima di pubblicargli il primo romanzo ‘ il sarto della stradalunga’ Italo Calvino, Elio Vittorino e Natalia Ginsburg si sono parlati e scritti più volte circa la pubblicazione.

il primo libro di G. Bonaviri pubblicato nei Gettoni di einaudi

il primo libro di G. Bonaviri pubblicato nei Gettoni di Einaudi

In pochi mesi, tiro fuori centinaia e centinaia di pagine di una tesi kolossal su questo autore sconosciuto ai più, ma assolutamente interessante. Nonostante le sforbiciate brutali in sede di battitura rimane una tesi kolossal. Mi piace il lavoro che ho fatto, ne sono convinto, e poi il regalo che mi ha fatto l’autore porgendomi le lettere inedite di Calvino, Vittorini e Natalia Ginsburg è grandioso, un autentico ‘scoop’. Va tutto bene, anzi benissimo. Mi laureo addirittura in anticipo. La folle corsa per portare a casa la prima laurea dentro una storia familiare di operai, sartine, ferrovieri e tipografi è arrivata alla fine.Ho paura, tantissima paura, sono terrorizzato da quello che mi aspetta. I vaghi sogni di diventare giornalista stanno svanendo rapidamente. Più mi guardo intorno e più mi vedo lontano anni luce da tutto ciò. Mi sembra di non essere pronto a niente. Di non saper fare niente.

Il militare mi aspetta. La folle rincorsa della tesi era programmata per anticipare la discussione di pochi giorni la partenza per il CAR. Orvieto, granatiere. Due settimane e oplà! L’amico che mi doveva un favore al Gruppo Atleti di Roma ha fatto egregiamente il suo compito. Divento un atleta dell’esercito e gioco nel campionato di pallanuoto di Roma. Qui ci stanno talmente tante squadre, entro le mura della città, che si può fare un intero campionato di serie C senza mai fare una trasferta vera, anzi una c’è: si va a Ostia. Chissà perché, forse perché non gliene frega nulla a nessuno, ogni partita è l’occasione per picchiare come fabbri. Botte da orbi da una parte e dall’altra. Una mattina al Foro Italico giochiamo contro l’Alitalia, e fra le file di quella squadra c’è Nanni Moretti. Ex pallanuotista di discreto livello, ora decisamente in disarmo, ma sempre una preda ambita per i miei feroci compagni di squadra. E’ famoso, è rosso, è agitato, strilla come un’aquila: meniamolo! Lui si difende con urletti e strepiti. Ogni volta sembra che lo stiano scannando. E’ un crescendo di ‘Ti uccido!’ ‘ Ti ammazzo!’ e via andare.

qui in una scena di Palombella Rossa

qui in una scena di Palombella Rossa

 

In dodici mesi di leva do il mio contributo alla salvezza della Patria in costume da bagno. Suona un po’ ridicolo ma è così. Mi avanza però tanto di quel tempo libero che mi faccio Roma a piedi in lungo ed in largo approfittando dei tanti tempi morti che avanzano. L’unico impegno era un allenamento mattutino e poi liberi tutti fino a sera! Cammino. Cammino. Mi sembra di essere Forrest Gump. Poi mi torna in mente che una ragazza a Marettimo, l’estate prima, mi ha detto che c’è un corso di lingue orientali, in  centro a Roma. Che sua sorella ha fatto arabo. Wow! Via Merulana. ( quella del pasticciaccio brutto di C.E. Gadda)non lontano dalla scena madre del libro c'era la scuola di arabo  è lì che mi aspettano due pomeriggi a settimana per fare arabo classico. All’inizio quelle cacatine di mosca sui fogli sono complicate, poi però la faccenda si svela essere divertente, è piacevole stare là in mezzo a studiare quella roba. In caserma fissano increduli i libri e le dispense. Però l’idea piace anche ai sergenti che mi spediscono fuori a studiare quando serve.

Così quella roba iniziata per sfizio e per riempire il tempo del mio anno romano diventa una passione per l’arabo. In realtà in quel primo semestre di studi, ho appena fatto in tempo ad avvistare la vastità dell’orizzonte che mi si para davanti. Una roba complessa, dove l’aspetto della comprensione dei suoni e  della lingua è il problema minore. Però di affascinante c’è il viaggio verso mete ( per ora puramente intellettuali) del tutto ignote. Sulle pareti dell’Istituto di Lingue Orientali, appare a primavera un manifesto per un bando di concorso per l’assegnazione di una borsa di studio. E’ patrocinata da una realtà che promuove i rapporti fra occidente e oriente, in particolare rapporti italo-arabi: ha sede ai Parioli.

Concretamente ho appena messo in testa pochi rudimenti di arabo classico ma di fatto mi devo inventare di sana pianta una passione smodata per la letteratura ( !) e per un autore in particolare. Se voglio concorrere devo infatti, oltre ai titoli, imbastire un credibile interesse verso un autore. Con l’aiuto e la complicità di un prof. mi appassiono smodatamente a IUSSUF IDRIS. La borsa di studio prevede che per il milione di vecchie lire, offerto, si riporti una relazione ( tesina) sull’autore e si soggiorni nel paese prescelto almeno 2 mesi. A luglio finisco il militare, vinco la borsa di studio, prenoto i biglietti, mi preparo mentalmente al volo verso l’Egitto. Il 20 settembre 1981 sono sull’aereo Alitalia, ROMA/CAIRO. E’ la prima volta che viaggio da solo, sto per mettere piede in un paese che non conosco. Ho la testa piena di minuscoli terrori. Mentre l’aereo sorvola il mediterraneo mi imbatto in uno speciale favunzi da viaggio, credo facesse l’operaio su qualche piattaforma petrolifera in zona canale di Suez. Grazie ad i suoi fantasmagorici racconti i miei piccoli terrori, serpenti-scorpioni-malattie-sparizioni-sevizie di ogni tipo vengono frullate in un mega racconto del terrore e lasciate lievitare istantaneamente. Quella parte di me che ancora conservava un minimo di dignità e di amor proprio, evapora. Quando scendo dall’aereo, in piena notte, cerco conforto in un gruppo di turisti organizzati e mi faccio scudo di loro per raggiungere lo Sheraton, in pieno centro a Il Cairo.

La strada o meglio l’autostrada che attraverso pezzi di deserto urbanizzato mi porta al centro della più grossa metropoli africana è un viaggio allucinato che mi sembra duri una eternità. Sbarco in mezzo ai marmi, alle fontanelle, agli ottoni lucidi ognuno – di quelli del gruppo organizzato – va spedito verso la camera. Io mi rintano in un angolo della hall, incerto su tutto. Chiedere una camera? Ci provo ma viene fuori una cifra astrusa che si mangerebbe tutto il mio budget! Ops! Mi avvicino le borse, mi installo su una poltrona e pisolo in preda a spasmi di panico.

All’alba esco fuori nelle vicinanze di piazza Tahrir, uno dei posti più brutti e inquietanti mai visti, non lontano da un edificio di chiara costruzione sovietica che pare preso a prestito da un romanzo di Kafka. Con le mie valige, vagolo in mezzo a spettri assonnati e poliziotti cenciosi. Tutto è grigio, cachi, polveroso, scaciato. Mi sento una merda che sta di merda.

Solo come un cane faccio a zig zag in mezzo a spiazzi enormi per sentirmi sicuro. In mano ho una fotocopia che un tizio che mio padre conosce per lavoro mi ha girato, e su cui ci sono gli indirizzi delle aziende presenti al Cairo. Piango, e poi piango ancora. Piango anche di sentirmi così meschinamente debole, impreparato, assurdamente fuori luogo.

Entro in un negozietto preso dalla fame, provo disperato e dire qualche parola in arabo, ma nessuno capisce una zirba. Sono a pezzi, ho messo la roba in un alberghetto sudicio a bestia, con gli scarafoni che zampettano dappertutto. Non ci mancavano che loro. Ho fame, ho sete, ho sonno, ho mal di testa. Vedo nerissimo. Comunque a metà mattina riesco a trovare un varco nelle mie paranoie. Trovo l’ingresso dell’ Università americana per fare l’iscrizione al corso di arabo ma in mente mi ripeto come un mantra: faccio il minimo sindacale, 60 giorni e scappo da questo inferno. Fuggire, scappare, andare via …

all'inizio cerco solo una via di fuga veloce

all’inizio cerco solo una via di fuga veloce

Firmo i moduli, esco in corridoio, fa fresco. Toh! E tu che ci fai qui? Marina, una tipetta di 16 anni che mi arriva all’ombelico, mi sciorina un sorrisone a 36 denti. Eravamo in classe insieme a Roma. Mia nonna abita qui – dice ridendo- sono da lei con un’amica. Come stai? Già, come sto? Ora mi vergogno. Già.

Com’è che tutto, ma proprio tutto, è così terribilmente relativo. Perché quella città che mi pareva mostruosa, ostile, feroce e incasinata ora che la guardo con accanto questo scricciolo di donna che si muove agile e veloce mi appare tutt’altra roba? La nonna, le amiche della nonna, una famiglia copta che mi affitta una stanza. Tutto succede rapidamente. Tutto si ribalta in poche ore. A volte piango la sera mentre penso alla casetta e alla fidanzata lassù. Ma piano piano i ritmi assurdi di questa capitale africana mi assorbono. Sono senza soldi, pochi giorni e puf! Università americana, notti in albergo -quello laido-, e poche altre cose … urge rimpinguare. Mi metto a battere la città a piedi ( mi è ancora del tutto misterioso il funzionamento dei bus e di come si sale e si scende alla volee). Batto a tappeto, senza sosta, tipo martello, tutti ma proprio tutti, gli uffici di rappresentanza di aziende italiane che hanno una sede al Cairo. Ho le infradito, un paio di pantaloni verdi e una t-shirt, è fine settembre inizi ottobre ma fa ancora un caldo cane come da noi quando fa caldissimo a luglio-agosto. Giro, rimbalzo di qua e di là. Uno mi dice qualcosa, altri mi allontanano. Molti mi compatiscono e ci patiscono. Fatto sta che nella piccola comunità italiana del Cairo, questa storia ( la mia, of course) evidentemente circola. Tant’è che qualcuno alla fine mi gira la dritta giusta. Finisco alla scuola francescana nel centro del Cairo, tenuta con pugno di ferro da una suorina di 40 chili scarsi. Saranno gli anni trascorsi a fare i chierichetto, saranno i tornei di calcetto dai preti ma con la suorina ( che però è tosta per davvero) si va d’amore e d’accordo. Mi propone di fare il boy scout e portare i ragazzi figli dei ricchi che vivono a Zamalek a giro il sabato. Ok perfetto. No, cambia idea. Ora c’è  una supplenza, ti va? No. cambia ancora. Ecco cosa c’è! Probabilmente questo, si-no, questo valzer di proposte doveva servire solo a capire che tipo di soggetto ero. Quella giusta alla fine arriva: andare a Suez, e insegnare a delle bambine delle medie. I genitori sono lì perché la loro società ( Vianini di Roma) sta dragando il canale sempre come conseguenza della guerra dei 6 giorni… Due giorni a settimana: in concreto prendi il bus e insegni italiano, storia e geografia alle bambine. Perfetto. Siccome mi vede molto incerto sulle cifre da chiedere è lei che fissa il prezzo, mi raccomando mi dice: chiedi molto, questi hanno un sacco di soldi. In effetti chiedo molto, roba che in Egitto ci campano diverse famiglie, in pratica il doppio di un docente universitario, ma la Ditta paga senza battere ciglio. Con me insegna anche un tipo di Pesaro che fa le materie scientifiche, pure lui si fa Ciaro-Suez anda e rianda due giorni a settimana. Parto la mattina prestissimo da piazza ( Midan) Tahrir  e dopo un’ora sono arrivato. In classe due o tre bambine. Un paradiso, si fa scuola nei locali attigui alla chiese francescana. Posso mangiare con loro alla mensa. Cucina fantastica, dopo pranzi e cene micragnose finalmente roba cucinata alla grande. Il giorno a mangiare capitano operai e specialisti che a vario titolo sono a fare caporalato per i lavori di cantiere a Suez. Vengono da tutta Italia, mi guardano strano per la mia passione per la lingua araba, non solo non la capiscono ( la passione) ma sono molto-molto prevenuti verso gli arabi, che però gli pagano delle belle mensilità …

Uppela! E’ Natale 1882, sono al Cairo. Ormai vivo da qualche mese all’ultimo piano di un palazzo che guarda al Lungo Nilo. Il quartiere è Zamalek, la parte sciccosa della megalopoli. Qualche riccone si avventura in piroette ed evoluzioni di sci d’acqua sul Nilo. Il posto è propizio per farmi venire e trovare da qualche amico e farsi un giro insieme in Egitto. Mi vengono a trovare la mia fidanzata, Laura, mia cugina Sonia e un amico che avevo frequentato fitto-fitto nell’anno di militare trascorso a Roma, Fabrizio Granata, Bob, art director di McCANN ERICKSON Roma.

Da ragazzo al cinema non ci ero praticamente mai andato. Solo una volta per una premiazione per le migliori pagelle ai figli degli operai della Galileo. Premi, regaloni e proiezione di un film Disney. Al cinema, quello vero, iniziò a portarmi il Fossi, che stava di casa accanto a casa mia.la-spada-nella-roccia

Un coetaneo di mio babbo, che di lavoro verniciava le pompe di benzina. Però sembrava vecchissimo. Con la faccia piena di rughe, come una tartaruga. Sarà stato per tutte le esalazioni mefitiche che si era respirato, ma aveva un aspetto stanco-stanco.

In certi pomeriggi, quando si stufava di starsene rincantucciato visino al radiatore, a sbadigliare come un vecchio leone mi diceva: “ andiamo al cinema”. Il cinema era sempre il Flora in Piazza Dalmazia, i suoi film preferiti erano western. Con mio padre e mia madre credo di non essere mai andato al cinema.

In classe alle elementari c’era un ragazzino – il Pieri – con i capelli a spazzola, l’aria vispa, ed un certo talento a giocare a pallone. Si giocava in mezzo al boschetto mentre le foglie secche di alloro svolazzavano come polvere. C’era odore di buono. Si buttava qualcosa in terra per fare le porte e poi si cominciava a giocare tanto il maestro era sempre a chiacchierare e faceva degli intervalli lunghissimi. Comunque il Pieri faceva delle feste fantastiche, prima di tutto aveva tre sorelle, una più grande e due più piccole, sicchè in casa sua c’erano almeno 4 compleanni da festeggiare. Il babbo Anselmo faceva lo speaker alla radio, e commentava le corse dei cavalli, sai quella roba tipo … “ ed ecco che alla curva rinviene impetuoso Barbecue della scuderia Orsello montato da vattelappesca…”. Quando la domenica c’era il babbo in casa si mangiava tutti insieme ascoltando la radio, così alla fine del giornale radio toscano puntualissima c’era la voce di Anselmo che parlava di corse di cavalli… e noi tutti a dire … è il babbo del Pieri! Sembrava di conoscere un nobel per la medicina! Era talmente tanto il senso di inadeguatezza che anche la cosa più piccola sembrava un abisso fra il piccolo mondo dove vivevo con i miei e quell’altro mondo. Ma tutto questo pof! svaniva alle feste dal Pieri. Roba fantastica: prima di tutto c’era il riscaldamento. Non quella roba drammatica della stufa a legna che ci mettevi una vita ad accendere e non scaldava nulla. Lì il calore era ovunque, in ogni stanza della casa, sudavi come una bestia anche a mangiare le pizzette. Non come a casa mia che la mamma ti lavava ritto nel lavandino di cucina o nel bagno in terrazza dove si gelava. Dal Pieri era roba tropicale. Si usciva che sembrava di essere stati in sauna. E poi tutti quei bambini e bambine, a correre a giocare. Feste fantastiche dal Pieri!

I miei sono state persone semplici, anzi di più. Mio babbo praticamente non l’ho visto fino a che non si è ammalato. Quando avevo circa 15 anni. Prima faceva due lavori: sveglia alle cinque e partenza in bici verso la Galileo dove faceva il tornitore. Turno di 8 ore e a pranzo quando smontava, saliva sulla bici e correva a fare un altro lavoro. Nella sua ditta insieme ad altri due soci fornivano pezzi al tornio come fornitori esterni. La mamma incollava i cartoncini per una tipografia insieme a mia zia, altro lavoro fatto in casa, za-za. A volte andava anche a servizio: mi è capitato anche di accompagnarla. Riassumendo una gran miseria.

Divertimenti pochi-pochi, tanto per dare un’idea in tutta la casa non c’era un libro. Anzi uno c’era: la Storia della Fiorentina.  Persone semplici, mio padre che era molto più grande di mia madre, era una specie di figura totemica. Pochissime parole, da guardare con reverenza assoluta e meglio se da una certa distanza. Di una onestà imbarazzante. Io che seguivo in modo anarchico un pò di cose, assaggiando nella musica, nei film,  e nei libri dove c’era casino ero attratto dalle espressioni artistiche ma nello stesso tempo le rifuggivo quando diventavano accademiche. Mi piacevano la rottura, il punk, le avanguardie, il dada, David Bowie, Woodstock insomma tutta roba dove c’era gente che faceva casino. Ma quella roba in casa era meglio non portarla …

grande, grandissimo david bowie

grande, grandissimo david bowie

 

 

 

Giocavo a pallanuoto da non molti anni. Si stava a Roma a giocare le finali, era fine estate, all’Acqua Acetosa. Per chi non è uno sportivo, è una parte del villaggio olimpico di quando Roma è stata sede delle Olimpiadi nel 1960. Stanze, anzi camerate, a più letti, che si affacciano su un corridoio centrale. In ogni camerata una decina di letti. Siamo lì per giocare un mini torneo: chi vince passa in serie C.

E’ l’ultimissima sfida in cui si confrontano le migliori squadre emerse dalle diverse regioni, in tre giorni si gioca tutto. Partite a raffica, mattina e sera. Non c’era modo di ingannarsi, se perdevi la prima, sapevi già che eri messo male, se perdevi le prime due potevi dire conclusa la tua avventura già dal primo giornoi perché il resto era pura accademia. Questo spiegone per dire che già la sera del primo giorno sapevamo che quell’anno non avremmo vinto e che ci aspettava un altro anno di purgatorio.

Ma c’erano le notti. Già, le notti. Avrò avuto 15-16 anni, e con me c’era un gruppetto di ragazzini miei coetanei, con cui avevo giocato tutte le giovanili. Però con noi, in squadra, c’era anche gente scafatissima di quasi 30 anni, che giocavano a quello sport drammatico da una vita. In mezzo nulla: o giovani promesse o vecchie carogne. Che fare la sera in quel villaggio sperduto alla periferia di Roma?

Leonazio? Cioè costringere due tipi nudi come bruchi, messi a gattoni, a rincorrersi cercando di mordersi il culo? O gara di rana nel corridoio di linoleum? Sempre nudi come bruchi. O taglio dei capelli? O di peli?  O magari, chissà, dentifricio? Ovvero clistere di dentifricio e conseguente diarrea fulminante.

Questo ed un altro ampio e fantasioso repertorio di sevizie veniva erogato in ordine sparso ai novizi. Notte di fuoco, la prima notte. Due partite perse per tanto a poco. Diversa adrenalina da spendere. Non credo di aver chiuso occhio quella notte. Terrore puro.

E qui entra in scena il destino, il fato o come cazzo lo vuoi chiamare. Quella roba che fa sì che uno di quegli scherzi di merda che rischiano di segnarti a vita capiti proprio a quello accanto a te. Io quella notte li schivo, ma a qualcuno toccano. E come sempre, se finisci sotto alla prima, secondo la legge di Murphy sei segnato, e stai sicuro che ti ritocca … in qualche modo a da passà a nuttata!

La mattina dopo, tutti insieme a fare colazione. Sulle pietre il tlik tlak degli zoccoli Pescura che più o meno indossavamo tutti. Erano di moda in quegli anni per chi frequentava le piscine. Belli, massicci, modulati a modellare il plantare. Comodissimi e molto, molto resistenti.

zoccolo-pescura

Così mentre si cammina sotto il sole, mi si avvicina uno dei Nonni. Non parla a me. Ma a quello accanto, uno smilzo e ossuto che è stato soprannominato Pinotto: esausto e probabilmente insonne perché secondo la sopra-detta legge di Murphy è stato perseguitato tutta la notte. Il trentenne con il bicipite scolpito ed il baffetto curato: ” He … he … stasera  c’è un’altra gara di rana …

Hai presente quella roba da film cinese, quando vedi il tipo che salta sul tetto, swish! poi ri-swish! lo rivedi da tutt’altra parte? Così quella mattina, non ho fatto in tempo a cogliere l’attimo fuggente … lo smilzo Pinotto, che forse tutto aveva già previsto, piazza una zoccolata pescura micidiale sulla faccia del tipo, esattamente fra naso e bocca. Un colpo solo. Preciso però.  Silenzio e caos, sangue e rincorse. Fine della partita: 1 a 0.

Nel puzzle-collage che segue, c’è un bel pò di gente. Siamo negli ’70.

foto-3

… qui in questo puzzle celebrativo realizzato dal mio amico Fabio mi si vede mentre suono la chitarra, gioco a pallamano, faccio le corna ed anche in posa da discobolo. Così a prima vista si potrebbe anche pensare ( urca!) questo tipo sa fare un sacco di cose! In verità non ci capivo nulla di nulla nè di chitarra o di lancio del disco. Il più delle volte era un modo semplice per uscire di classe e starsene un pò a zonzo.

Senza rendermene troppo conto, almeno a livello consapevole, mi ritrovo a ridosso dell’esame di Maturità con una serie di cose da fare che si ingigantisce ogni giorno di più. Mentre osservo questa caterva di libri e pagine e appunti che dovrei fare e comprendere, in realtà disordinatamente e ostinatamente faccio altro. Cosa di preciso?

Rovistavo in modo per nulla sistematico in varie materie. Potevano essere i poeti maledetti. O un filosofo di seconda o terza fila. O un autore inglese. Quello che mi attraeva erano le storie, o meglio le storie dentro le vite di questi personaggi. Questo mio modo di procedere nella preparazione all’esame di Maturità aveva incuriosito diversi professori, in particolare uno: un certo Mercurio Taldetali.

Ad un certo punto prese ad incalzarmi con una serei domande. Voleva sapere se avrei portato Storia. No, Ho detto. Filosofia, allora? Forse. No, meglio di no. Hai in mente un autore in particolare? Gli ho detto che non ne avevo idea.

Nel frattempo mentre mi incalzava con queste domande le uniche cose che mi si venivano formando in testa erano i ciuffetti di peli neri che uscivano dal suo naso, o la forfora, o qualche sputacchino volante, o magari il maglione stinto con i pallini. Lui si preoccupava ma io davvero non sapevo cosa dire.

Purtroppo non era il solo a preoccuparsi e a tampinarmi con questo tipo di indagine. Altri prof, forse messi all’erta dal Mercurio, iniziarono a preoccuparsi nel vedermi andare a rovistare fra le quisquilie delle loro materie senza riuscire a prendere sul serio nulla di nulla. Quando dicevo che in realtà non ne avevo idea ero sincero, forse anche troppo e per certi aspetti al limite dell’autolesionismo.

Molti dei miei compagni, che pure avevano condiviso un periodo di fancazzismo da guinness dei primati ( esperimenti di scolastica free style di quel genere sono merce rara) ormai avevano fatto mente locale e focalizzato quello che dovevano fare. O almeno lo facevano sembrare tale.

L’unica cosa che sapevo era rifugiarmi il pomeriggio sul letto in camera e leggere romanzi di autori che mai sarebbero stati materia di esame. Avevo da non molto iniziato la lettura de La ricerca del tempo perduto di M. Proust. Ma questo non voleva dire che sapessi di letteratura, anzi. Di sicuro non sapevo nulla della letteratura italiana. Neppure di letteratura francese, se è per questo.  Di sicuro niente che mi permettesse di fare un esame.

Adoravo starmene lì disteso sul letto a pomeriggi interi a leggere. Lì tutte quelle domande riguardo all’esame stavano fuori dal cerchio di luce. Ho fatto l’esame in modo rocambolesco, e poi ho finito anche i sette i volumi della Ricerca. Quindi ho attaccato uno dopo l’altro una serie infinita di autori.

Non ricordo bene e non sono in grado di fornire un resoconto attendibile di come sia riuscito a barcamenarmi in quel posto chiamato Liceo e poi dopo Università, luoghi di interessi e di competenze speciali, non sapendo spiegare con quale diritto potessi starmene lì. L’unica cosa che accumulavo in modo instancabile era una serie di autori che mi faceva saltare da un argomento all’altro, da un film ad un autore, da una canzone ad un libro. Il più delle volte tralasciando o dimenticando quello che avevo appena divorato.

La verità incomprensibile dei miei interessi, il più delle volte non era addomesticabile neanche per me stesso. Non focalizzavo, nessuna specializzazione o continuità se non il desiderio di legare tutte queste cose frammentate alla voglia di scrivere. Ero uno scrittore? No, non credo. Di sicuro non uno di quelli che legano la vita ad una idea o una visione con cui scoprire il mondo. Il più delle volte mi avvicinavo agli autori cercando l’energia nelle loro vite disordinate, la forza e l’ostinazione nei loro mille mestieri.

Pomeriggi interi su quel lettino, con una pallida luce sul comodino insieme a Dashiell Hammet, Roland Barthes, George Simenon, Raymond Chandler, Italo Calvino, Natalia Ginsburg, Elio Vittorini, Cesare Pavese, Pier Paolo Pasolini, Gadda, Kafka, Hemingway, Kerouac, Faulkner, Hesse, Tolstoj, Dostoevskij, Marquez, Vargas Llosa, Diderot, Bloch, Braudel, Casanova, Goldoni …

Ho fatto tutto il percorso di studi classico vivendo questa strana sensazione di stare con la testa altrove. Un altrove che quasi sempre non era coincidente con la persona che mi trovavo davanti in aula o all’esame. Di cui continuavo a vedere i peli sugli orecchi, la forfora sulla giacca, le dita gialle di nicotina.

Cosa vuoi fare? Sei uno scrittore? Uno storico? Sei questo? Sei quello?

ti sembra possibile che fossi in grado ‘davvero’ di rispondere a quelle domande?

 

Filologia Romanza. Siamo a Lettere e Lui è uno di quei super- docenti che riempiono le aule. Non so di preciso chi mi ha detto che vale la pena seguire le sue lezioni. In teoria dovrebbe trattare di come il Latino, con la caduta dell’impero romano, si è trasformato in una manciata di lingue tutte diverse, ma tutte imparentate. Francese, provenzale, spagnolo, catalano, portoghese, italiano, romeno più un tot di altre derivazioni che non ricordo.

Ma le lezioni di D’Arco Silvio Avalle non parlano quasi mai di Filologia Romanza, sono invece un ronzare leggero, un volteggiare colto e scintillante su un orizzonte di materie che comprendono linguistica, semiotica, cinema, letteratura, storia della critica, teatro, storia dell’arte e chi più ne ha più ne metta.

Sono davvero lezioni bellissime, si va di qua si va di là, svolazzando che è un piacere. Non importa nemmeno capire tutto, perché viaggia così veloce che ti sembra di stare sempre connesso.

Però, già c’è un però. Quando le due ore ( delle 4 settimanali) finiscono e guardi il quaderno dove dovresti aver scritto qualcosa scopri che magari, hai messo giù due sole parole: “De Saussure, maestro ginevrino. Stop”

Tutto molto bello. Tutto molto ‘open mind’. Però per l’esame di giugno senti già puzza di cacca. Che gli riuscirai a ridire di quel frullatone di ingegno, di quella matassa di bellezza che il grande Maestro ha creato lezione dopo lezione davanti ai tuoi occhi? Che c’è rimasto nel tuo cervellino anchilosato? Tracce. Zero virgola qualcosa.

All’esame voleva che si portasse, oltre alla nostra nutrita intelligenza, un suo libriccino di purissima Filologia Romanza formato tascabile, stampato da una remota Casa Editrice Torinese. Di quelli con le pagine da tagliare con il taglierino. Roba molto, molto, naif.

Comunque la grande ruota della sorte gira inesorabile, la mattina dell’esame, in Piazza Brunelleschi, sede di Lettere e Filosofia. Si estrae una lettera e si va. esce la D. Nell’infinito elenco di nomi segnati, Pof! io scopro di essere secondo.

Sembra si stare sul ring. Stanno tutti vicinissimi perché a lui quel contatto non dà fastidio. Così a fare l’esame scopri che intorno a te c’è un bel po’ di gente ad ascoltare cosa chiede, che domande fa, come si comporta…

E’ giugno, sopra la Facoltà corrono nuvole vaganti, immense, bianche e grigie, e in mezzo, grandi chiazze di cielo azzurro trasparente. Un cielo bello come quello delle canzoni. Non ho idea di cosa ripassare e guardo il cielo. Tocca a me.

E’ sorridente, D’Arco è felice di quella giornata. E’ felice di tutti quegli studenti riuniti intorno a lui: saggio con i capelli color zucchero filato ed i suoi occhi azzurrissimi. Mi fa leggere un brano di Catullo. Quattro righe. Credo che ci fossero disseminate una decina di parole latine, con il loro relativo accento. Ops! Non ne azzecco uno.

Ora, anche se non sai una mazza di Filologia Romanza forse non ti sarà difficile capire che nella evoluzione delle lingue dal latino ai giorni nostri l’accento ha svolto un ruolo a dir poco fondamentale.

Non perdendo il suo aplomb, mi fa notare che gli accenti andrebbero letti così, anziché cosà, perché questo altrimenti inficia la comprensione del processo di trasformazione.

Il piccolo delinquente che alberga stabilmente nel mio animo, e che aveva prontamente subodorato un forte odore di figura di merda, si fa largo nelle mie deboli resistenze e dichiara con aria angelicata come richiesto dalla mattina di nuvole corritrici.

Eh! Lo capisco, purtoppo ho fatto l’ ITI, l’istituto tecnico e il latino non l’ho potuto studiare come avrei voluto e dovuto …

Lascio in sospeso la frase, non perché sia un attore navigato ma solo guidato dall’istinto di sopravvivenza. La pausa doveva servire a vedere se abboccava e se riempiva il vuoto con un bello spiegone.

La scena cambia repentinamente. Lui adesso è su un palco di teatro, ha intorno a sé, decine e decine di sguardi, io non sono altro se non un semplice oggetto di scena. Il delinquentello aveva indovinato tutto. Il prof si lancia a capofitto in uno spiegone oceanico, dove si vuol dimostrare che anche se non si è fatto latino al Liceo, ma si è dei tecnici volenterosi, si può osare. Si deve osare. E patampifete e patapunfete, si va di qua e si va di là che è un piacere. E le lancette corrono, e le nuvole se la spassano mentre me ne sto come una pietra, aspettando di vedere come si risolverà l’enigma del voto.

A dire il vero non mi sfiora nemmeno un attimo l’idea di essere un baro, una malfido, un ingannatore. E dai? Come potevo spiegare a tutta quella gente che il latino mi fa cagare, che quando c’erano le lezioni scappavo fuori a giocare a pallone? Che ero in classe mentre qualcuno parlava di Latino ma io non c’ero ‘realmente’ e stavo in mezzo alle nuvole. Perché avrei dovuto essere così masochista??.

Mi guarda, prende il libretto, e senza che io abbia dovuto aggiungere altro mi stampa un bel 30. Wow! Esco dall’aula accompagnato da sguardi che sono un mix di invidia, abominio, istinti omicidi, divertimento, godimento.  Le nuvole intanto corrono sui tetti che sicuramente sono tutti d’oro.

da sinistra: Luca, Andrea, Io. A fare la foto Fabio, sicuramente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sei di Fiesole o di Firenze?

I miei primi dieci anni ho vissuto dove finisce Firenze e comincia la campagna. Se attraversavo la strada ( Faentina) e camminavo nel campo che avevo davanti alle finestre di casa arrivavo in cinque minuti ad un casolare dove d’inverno veniva il pecoraio con il suo gregge.

E’ in quest’aia, che oggi è una mega villa, che ho sentito ondate di brividi corrermi lungo la schiena quanto ho visto spennare le galline e scuoiare i conigli, tanto per capirsi. Per fortuna mi è capitato anche di poter rincorrere un esercito di oche senza mai raggiungerle, o di avere paura di un tacchino.

Questo per dire che la mia infanzia non è stata solo una orrenda macelleria. Lungo la strada, ancora più vicino a casa, c’era la porcilaia del Messeri ( chissà perché mi ricordo ancora il cognome, ma il nome no). D’estate c’era un puzzo bestiale che impestava tutta la strada: però era istruttivo vedere come mangiavano i maiali.

Lì vicino c’era un campetto, oggi ci hanno costruito un distributore dell’AGIP/ENI dove  si giocava a tutto quel che capitava: calcio, nascondino, acchiappino, bandierine … ci si scambiavano le figurine e si faceva la vera merenda campagnola.

Roba da paese più che da città. Firenze sembrava lontanissima e invece era  vicinissimo Fiesole. Potevi quasi toccarlo. Io al tempo non sapevo se mi dovessi sentire più fiesolano o fiorentino. Fiesole, per chi non è di queste parti, è una di quelle colline perfette, come le disegnano i bambini. Un cono non troppo a punta, con tutte le case sparse ed in cima il paese. Non è un caso che ci stessero spaparanzati gli etruschi prima che i romani si mettessero in testa di fondare Firenze.

Mi ricordo che certe volte mi buttavo in terra, disteso a pancia in su nell’erba a guardare le nuvole che si rincorrevano il cielo. Ho passato un tempo enorme passato a guardare lassù. A volte sbucciavo il bianco del filo d’erba e lo succhiavo per sentirne il sapore verde. A volte per sentire il profumo umido della terra, mi mettevo con la faccia spiaccicata nell’erba e da laggiù guardavo il mondo attraverso i fili d’erba. Vedevo Fiesole che sbucava dietro quei fili d’erba.

Risultati immagini per fiesole

 

8 pensieri su “Che ci faccio io qui?

  1. Ciao Giuliano, me lo ha detto Filippo che hai un blog.. ti ha letto ed rimasto affascinato. Si è anche ricordato che da piccolo gli consigliasti di leggere Block… cosa che lì per lì non capii ma che adesso ha fatto. Anche io ho frequentato i seminari di filologia romanza con il D’Avalle. Era un incanto… adesso ti leggo con infinito piacere. Il tuo babbo è uguale a Filippo tuo… più di te! Un caro saluto Roberta

    • ciao Roberta, beh! mi fa molto piacere che queste pagine di blog siano arrivate sino a te, percorrendo strade imperscrutabili. Capita con il web. Marc Block che mito! L’ho studiato per un esame, e poi l’ho riletto per diletto, bellissimo. Quando penso ad un libro di storia che non solo parla di epoche ed eventi ma che è capace di ricreare un mondo penso a lui.
      Avalle … ah! D’Arco Silvio Avalle … quanto mi è piaciuto stare a sentirlo e quanto … poco mi è rimasto di quell’affascinante viaggio che ho fatto con lui. Peccato. Forse mi mancavano troppe cose per stare al suo passo. Forse era troppo avanti, chissà.
      Quando stai in mezzo fra un padre che non c’è più ed un figlio che cambia ogni giorno fai fatica a scorgere dove sta l’uno nell’altro.
      Eddai! Andiamo a mangiarci ‘sta pizza!
      Sentiamoci, a presto giulianoci

      • Le parole hanno questo potere volano e poi si fermano. Anche io con Avalle mi bloccai forse non ero pronta…Scusami ci sono alcuni errori nel commento precedente ma il correttore del t9 non perdona… ci siamo fatti delle belle risate a leggere “cacciucchino” … la pizza è d’obbligo…

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